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Marina Abramovic

25102016: Le “opere” di Marina Abramovic

Marina AbramovicLe “opere” di Marina Abramovic

Spiegazione
Si è autodefinita “Grandmother of performance art”: il suo lavoro esplora le relazioni tra l’artista e il pubblico, ed il contrasto tra i limiti del corpo e le possibilità della mente.

Le performance più sconvolgenti:
Rhythm 0, 1975 Marina AbramovicRhythm 0, 1975
Si presenta al pubblico di Napoli, posando sul tavolo diversi strumenti di “piacere” e “dolore”; fu detto agli spettatori che per un periodo di sei ore l’artista sarebbe rimasta passivamente priva di volontà e avrebbero potuto usare liberamente quegli strumenti. Si era imposta tale prova in un tempo prefissato secondo una strategia di John Cage, adottata da molti altri artisti dell’esecuzione allo scopo di dare un inizio e una fine ad un evento non lineare.

Ciò che era iniziato piuttosto in sordina per le prime tre ore, con i partecipanti che le giravano intorno con qualche approccio intimo, esplose poi in uno spettacolo pericoloso e incontrollato; tutti i suoi vestiti vennero tagliuzzati con le lamette; nella quarta ora le stesse lamette furono usate per tagliare la sua pelle e dalla quale poter succhiare il suo sangue. Il pubblico si rese conto che quella donna non avrebbe fatto niente per proteggersi ed era probabile che potesse venir violentata; si sviluppò allora, tra il pubblico, un gruppo di protezione e, quando le fu messa in mano un’arma carica e il suo dito posto sul grilletto, scoppiò un tafferuglio tra il gruppo degli istigatori e quello dei protettori. Mettendo il proprio corpo in condizione di farsi male, la Abramovic aveva creato un’opera artistica molto seria: “Affrontare le sue paure in relazione al proprio corpo”.

Marina Abramovic Imponderabilia, 1977Imponderabilia, 1977
In collaborazione con l’artista tedesco e suo compagno Ulay, Marina Abramović mostra a Bologna presso la Galleria d’arte moderna la performance. Entrambi sono in piedi, nudi, ai lati di una stretta porta che consente l’ingresso nella galleria. Chi vuole entrare è costretto a passare in mezzo ai loro corpi, decidendo con imbarazzo se rivolgersi verso il lato del nudo maschile o verso quello del nudo femminile

Lips of Thomas, 1975 Marina AbramovicLips of Thomas, 1975
In questa esecuzione esplora all’estremo i limiti fisici del proprio corpo arrivando, tramite una serie di azioni, anche a superarli. Esordisce mangiando un chilogrammo di miele con un cucchiaio d’argento, prosegue bevendo un litro di vino rosso e rompendo con la sua stessa mano il bicchiere. Poco a poco l’azione diventa più violenta, e culmina in atti di autolesionismo, come l’incisione di una stella a cinque punte che l’artista pratica con un rasoio sul proprio ventre: è un’immagine violentissima e cruda che diventa una vera e propria icona della performance art. Facendo riferimento a diversi temi propri della fede cristiana e a riti di purificazione e di autopunizione, si fustiga e si distende su una croce composta di blocchi di ghiaccio e, mentre un getto d’aria calda diretta sul suo ventre fa sanguinare la stella incisa, il resto del corpo comincia a gelare. Gli spettatori, che non riescono a rimanere passivi dinanzi a una simile visione, intervengono togliendola di forza dallo stato di congelamento. L’esecuzione diventa un dialogo, un rapporto diretto di azione e reazione, tra l’esecutrice e lo spettatore che non può restare inattivo mentre assiste in prima persona all’azione ed è quindi psicologicamente costretto a reagire. La reazione dello spettatore diventa l’oggetto dell’esecuzione.

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