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ultimo combattimento di Chen (Game of Death)

11012018: Finali alternativi dei film L’ultimo combattimento di Chen (Game of Death)

ultimo combattimento di Chen (Game of Death)
Finali alternativi dei film L’ultimo combattimento di Chen (Game of Death)

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In molti penso abbiate visto il film L’ultimo combattimento di Chen, il film uscito postumo dopo la morte di Bruce Lee, fatto con spezzoni di film in cui l’attore era ancora vivo.
Lee aveva girato molte scene di combattimento nel 1972 prima di morire, per un suo progetto chiamato Game of Death.

Nel 1977, a quattro anni dalla morte di Lee, la richiesta per i film di arti marziali è quasi scemata del tutto, ma la fame del pubblico verso Bruce Lee sopravvive alle mode. La casa distributrice Golden Harvest, che detiene i diritti dei film di Bruce Lee, decide così di riutilizzare parte quel materiale girato, anche se incompiuto. Si assicura la partnership della Columbia per la distribuzione USA e parte con le riprese del film.

Più che un finale alternativo vi mostro le scene originali dei combattimenti così come li aveva immaginati Bruce Lee per il film Game of Death
Il film era stato concepito con una componente più filosofica.
Il protagonista si vede rapiti i propri familiari e per salvarli sarà costretto ad affrontare degli avversari sempre più forti all’interno di una pagoda dove è custodito un misterioso tesoro che fa gola ai mafiosi coreani. Salire i vari piani corrisponderà ad un’ascesa spirituale per la quale il protagonista dovrà lottare più con se stesso che contro i suoi nemici. Lee vuole portare sullo schermo la sua concezione filosofica delle arti marziali, cioè che non ci si deve fossilizzare in schemi fissi ma essere flessibili e mutevoli. Mentre i nemici sono fermi nelle loro conoscenze marziali, il protagonista è flessibile e sarà quindi in grado di affrontarli tutti. La prima inquadratura che Lee ha in mente è quella di una foresta colpita da una tempesta di neve. Alla fine della tormenta gli alberi più rigidi si sono spezzati sotto il peso della neve, mentre quelli più flessibili e pieghevoli sono sopravvissuti e quando la neve si scioglie tornano dritti. A riprova dell’idea di Lee che l’adattabilità favorisce la sopravvivenza, in obbedienza all’antica massima filosofica orientale secondo la quale “La lingua è soffice e si mantiene, i denti sono duri e cadono”.

Lee sceglie l’ambientazione (il tempio buddhista di Beopjusa, in Corea del Sud, famoso per la sua statua bronzea del Buddha alta 33 metri e visibile come location in altri film di arti marziali girati successivamente), sceglie gli attori (il collega James Tien, il karateka Cheh Yueh, che morirà poco tempo dopo Bruce nelle stesse ambigue circostanze, e che aveva già interpretato alcuni titoli minori quali Il braccio violento del Kung-Fu/The Good & the Bad, 1972; gli amici Dan Inosanto, esperto di arti marziali filippine, suo allievo ma anche suo insegnante di Nunchaku, Ji Han Jae, cintura d’oro di Hapkido coreano, l’attore coreano Hwang In-shik,Taky Kimura (un altro dei suoi primi allievi) e Kareem Abdul-Jabbar, campione di basket e suo allievo), e scrive in 12 pagine la sceneggiatura. Decide anche l’ordine delle discipline dei vari piani: Wing chun, Mantis, Escrima, Tae Kwon Do, Hapkido e per finire, Jeet Kune Do.

Ecco i 39 minuti originali girati da Bruce Lee prima delle modifiche effettuate dal regista statunitense Robert Clouse, che già aveva lavorato con Lee in I tre dell’Operazione Drago, e gli chiede di dirigere un film basato su una sceneggiatura ricostruita appositamente intorno ai pochi minuti di materiale utilizzabile girato da Lee in vita. A scriverla è lo stesso Clouse con lo pseudonimo di Jan Spears:

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